sabato 20 agosto 2016

Orfeo

Bentrovati dopo la pausa estiva, speriamo finalmente di poter riprendere mano seriamente al nostro appuntamento del sabato, e anche di riprendere il normale aggiornamento dei post. Come promesso vi propongo un nuovo racconto ispirato alla leggenda di Orfeo e Euridice, una travagliata storia d'amore con un risvolto amaro. La storia credo che la conosciate quasi tutti, e spero che vi piacerà la versione che ne ho fatto. Un paio id note, se notate delle discrepanze o imperfezioni, fatemelo sapere, cosi ne discuteremo insieme.
Buona lettura.

Il fiume Ebro scorreva lento, fra un ansa e una balza, mentre un groviglio di ricci galleggiava in silenzio spinto dalla corrente. Quando si addentrò in un boschetto, presso una curva, una donna aspettava in silenzio. Vide la palla di peli avvicinarsi, entrò in acqua e la raccolse, tirandola su con una mano. L'acqua scorreva via dalla testa recisa, scorrendo dalla bocca, dal naso e da quello che rimaneva del collo. La donna porto il volto ceruleo fino all'altezza dei suoi occhi, lo fisso torvo e disse “stupido, stupido figlio”. “Madre” - il volto si rianimo, gli occhi corvini si aprirono e la bocca parlo con una voce cavernosa e lontana - “mi hai trovato, credevo che sarei arrivato fino al mare”. “Razza di stupido, valeva la pena perdere il tuo corpo per una donna, per uno stecco secco per di più?”. “Madre ti prego, ne abbiamo già parlato” - il giovane viso continuò a parlare, mentre la sua voce diventava più armoniosa, e il viso riprendeva colore - “Euridice era ed è il mio grande amore, l'amo in un modo incredibile, totale, non potevo non cercare di riportarla da me”. “E intanto sei finito in questo modo, ma non ti chiedi come sia possibile una cosa del genere? Tu, figlio di Apollo e mio, finire fatto a pezzi dalle menadi?”. “In effetti ci sono cose che neanch'io riesco a capire, non capisco come un vipera abbia avvelenato Euridice, come mai l'ha morsa. Euridice era un amodriade, una nifna di un albero, era tutt'uno con la natura. Eppure una vipera l'ha morsa ed è morta. Madre, c'è stata la mano di qualcuno dietro a tutto questo?”. “Pensaci Orfeo” - rispose Calliope -”raccontami quello che è successo, cosa hai visto nel regno di Ade”. “Allora” - l'espressione del viso di Orfeo si fece corrucciata, e iniziò a ricordare gli avvenimenti degli ultimi giorni - “Euridice era morta da circa un mese, come ti ho detto l'aveva morsa una vipera, e io finalmente ero abbastanza lucido per capire cosa dovevo fare. In fondo ero Orfeo, ero figlio di due divinità, e molti pensano che io posso aspirare a un posto nell'Olimpo. Cosi cominciai a pregare gli dei, con la canzone più straziante che riusci a cantare. Tutto il creato iniziò a piangere con me, gli uccelli, i lupi e le lepri, e gli alberi stessi. Poi, infine, Zeus ascolto la mia preghiera e mando da me Hermes, il quale come psicopompo poteva mostrarmi la strada per gli inferi”. “Bella guida che ti ha mandato” - lo scherni Calliope - “il dio dei ladri e dei briganti, proprio una bella compagnia. Sapessi quante volte ha cercato di mettermi le mani sotto la sottana”. “Madre ti prego” - la interruppe Orefo - “fammi finire. Hermes mi porto in un posto incredibile, alle pendici di un grande vulcano, nei pressi di un lago coperto da una nebbia sulfurea. Li gli uccelli cadevano al suolo inebetiti, e non c'era traccia di insetti o di pesci. Qui conoscemmo una tribù di umani molto singolare, erano devoti di Ade, e potevano mostrare la strade per il suo regno, questo perché Hermes non poteva portare un anima viva nel sottomondo. Hermes mi raccontò che Chirone aveva insegnato loro questi misteri, loro furono ben lieti di insegnarmeli quando cantai loro del mio amore per Euridice”. “Avranno frignato come delle bambine” - sbotto di nuovo la madre - “conosco i cimmeri, e so bene quello che possono fare. So anche che saranno cantati più e più volte in futuro. Conosco anche il luogo dove ti ha condotto, e come musa ti dico che sarà luogo di una grande catastrofe, il vulcano che hai visto causerà un lutto che verrà raccontato nei secoli che verranno”. “Comunque “ - riprese Orfeo - “io narrai loro del mio amore e della mia perdita, e loro mi insegnarono le vie per andare nell'inferno. Le appresi cosi bene, che volevano farmi loro sacerdote, ma io non avevo pensiero che per il mio amore, e cosi mi apprestai per il mio viaggio. L'incantesimo era semplice, un cerchio magico, e la strada fu aperta. Hermes ed io ci incamminammo in quello che sembrava un enorme caverna oscura, rischiarata a tratti da luci misteriose. Arrivammo preso le rive di un fiume oscuro, che puzzava di sangue rappreso e di morte, e una barca fatta d'ossa e di unghie di morti ci venne a prendere. Una creatura orribile la conduceva, un vecchio magrissimo, con la pelle rappresa come cuoio vecchio e dallo sguardo malefico, mortale: Charun o Caronte, non ricordo bene il nome. Non voleva traghettarmi perché ero ancora vivo, ed Hermes non riusciva a convincerlo. Cosi iniziai a cantare, e per la prima volta nella sua esistenza da quegli occhi malvagi sgorgo un unica amara lacrima. Una volta passati camminammo per ore, con l'orribile sensazione che qualcosa ci seguisse nell'ombra, qualcosa di mostruoso e affamato. All'improvviso ci si parò di fronte una creatura orripilante, mostruosa. Un cane deforme con tre teste sbavanti, Cerbero lo chiamò Hermes. Il mostro mi attacco e quasi mi morse, ma io fui più veloce di lui e iniziai a cantare. Il mio canto riusci ad ammansire la bestia, che alla fine iniziò a leccarmi le mani, e si girò docile per farsi grattare la pancia come fanno i cuccioli. Addentrandoci nel regno di Ade ci vennero incontro anime e ombre, e molti di loro erano sottoposti a orribili tormenti e torture. Incontrammo Issione, che girava in eterno legato a una ruota. Era li da cosi tanti anni che ne aveva perduto il conto”. “Povero stupido” - lo interruppe ancora Calliope - “Tuo 'nonno' lo piazzò li perché aveva insidiato Era. Al vecchio porco di Zeus piace tradire, ma se le corna sono le sue gli prudono parecchio”. “Cantai anche per lui, e la ruota si fermò. Issione tirò un sospiro di sollievo dopo molto tempo, e mi ringraziò”, “Se non stai attento, Zeus ti metteva al suo posto” - replico Calliope. “Continuammo nel nostro viaggio, e incontrammo persino Tantalo, conoscevo la sua storia, ma il supplizio a cui era sottoposto era orribile. Era immerso in una pozza fino al collo, con un albero che cresceva dietro di lui, con grossi frutti che pendevano da sopra la sua testa. La fame lo straziava, e la sete gli bruciava la gola. Ma quando provava a bere, l'acqua si ritirava, e se provava a prendere dei frutti, i rami si alzavano, allontanandosi. Provai di nuovo a usare la mia lira, ma tutto ciò che riuscii a fare fu di fermare acqua e frutti lontano da lui. E prima che mi interrompi di nuovo, madre, quella volta ho rischiato seriamente l'ira di Zeus. Le Erinni non sentendo più le grida di Tantalo, vennero a indagare, e mi trovarono a cantare. Ci volle l'intervento di Hermes per impedire a quei demoni di uccidermi, ma anche loro infine si ammansirono. Anzi si offrirono di accompagnarci al trono di Ade, ci condussero giù per una lunga scalinata, e scacciavano i demoni che tentavano di avvicinarsi. Mentre scendevamo sempre più in basso, in un anfratto di lato della scalinata, vidi dei visi conosciuti, seminascoste dalle piume delle ali, mi fissavano con occhi torvi e pieni di rabbia. Ricordavano la sconfitta che gli avevo inflitto, quando insieme a Giasone e ai nostri compagni le incontrai la prima volta. Erano le sirene, le creature col canto ammaliante, ma io le superai in abilità quando le affrontai e salvai tutti noi. Erano li, sapevo che appartenevano in parte a quel mondo infero, ma mai mi sarei aspettato di rivederle. La cosa che mi sorprese di più, fu che una di loro, Parthenope è il suo nome, mi guardo torva e sorrise malignamente. Però più di tanto non fecero, credo perché le Erinni continuarono a proteggerci per tutto la nostra discesa, e alla fine arrivammo alla corte di Ade e di Persefone”.
“Ed ecco il tuo errore, piccolo poeta. Hai sottovalutato un nemico ferito” - soggiunse Calliope - “Ma in fondo sei un cantore, non un guerriero”, “Che vuoi dire?” - la interruppe Orfeo - “che centrano ora le sirene?”; “Lo saprai a tempo debito, finisci il tuo racconto”. Orfeo si fermo per riordinare i pensieri, istintivamente cercò di inspirare, ma ormai non aveva più dei polmoni da riempire. Cosi riprese il racconto “Alla corte di Ade ti dicevo, era incredibile madre, un enorme stanza, riccamente arredata. Piena di affreschi alle pareti, di tende e drappeggi, e di mosaici sui pavimenti. Ma ogni scena riportava storie di pena e di dannazione, quasi che Ade si compiacesse di quello che faceva alle ombre peccaminose. Solo un affresco, il più bello di tutti, rappresentava la storia di Persefone, rapita a sua madre e portata giù negli inferi. E di come poi Cerere e Ade hanno stretto il patto che permetteva alla dea dell'aldilà di stare sei mesi col suo signore, e sei mesi con sua madre”, “Conosco la storia” - aggiunse Calliope - “ma non credere che sia come te l'hanno raccontata. Persefone scappò col suo bell'Ade, e la madre fece fuoco e fiamme per poterla riavere con se. La terra conobbe un lunghissimo inverno prima che quei due potessero mettersi d'accordo. E chi ne soffri furono i mortali che tanto ami”. “In verità Persefone fu molto accomodante con Hermes e con me, un po' meno Ade. Devo dire che mi ricordò i modi spocchiosi e di sufficienza che a volte vedo in mio padre Apollo, e credo che sia per la nostra parentela che non mi ha cacciato via appena mi ha visto. Persefone, dicevo, fu molto accomodante, ci fece accomodare a un banchetto imbandito al momento, ci offri vino e frutti dolci, mentre Ade sorseggiava l'ambrosia. Hermes cercò di intercedere per me e per la mia amata. Ma lui fu irremovibile, parlo di leggi, di accordi, e di divisione dei regni. Io mi senti disperato, ma Hermes non si perse di coraggio, e suggerì che fossi io a supplicarli. Ade era sempre più annoiato, iniziò a mescere vino e ambrosia, e più di una volta sbuffo e disse che non voleva sentire i miei piagnistei. Persefone invece mi porse la mia lira, e mi invito a cantarle la nostra storia. Notai uno sguardo d'intesa fra lei e Hermes, come se avessero preparato il tutto a quel momento. Infine iniziai a cantare, mentre Ade in risposta cominciò a sbadigliare ripetutamente. Cantai ancora una volta del mio amore per Euridice, della nostra passione e del nostro legame. Dei sogni e delle speranze che avevamo, e di tutti i progetti che avevamo. Credo di aver superato me stesso sai madre, non lo dico per falsa modestia, ma intorno a noi si riunirono frotte di demoni e creature infere, e ognuno aveva un espressione intristita sul volto, o quello che era. Tisifone, Megera e Alecto erano ai miei piedi in lacrime, pregando Ade di rilasciare Euridice. L'unico che non sentiva ragioni era proprio lui, il re di quel mondo oscuro. Lui non voleva sentire ragioni, anzi, continuò a sbadigliare e alla fine del mio canto lo sentii russare vigorosamente. Non credevo che gli dei dormissero in quel modo”. “E ancora una volta la tua ignoranza ti condanna figlio mio. Ma procedi, vai”, “Vorrei che fossi meno ermetica madre, spero che mi spiegherai tutto quando avrò terminato la mia storia. Come ti ho detto Ade prese sonno, forse Morfeo volle darmi anche lui una mano, e Persefone ne approfittò. Chiamo due demoni che sembravano fatti di sale, e ordino loro qualcosa in una lingua oscura. I due si allontanarono, e Persefone mi disse che potevo portar via Euridice prima che Ade si svegliasse, però non potevo girarmi a guardarla prima di essere uscito dagli inferi, altrimenti l'avrei persa per sempre. Mi disse di voltarmi, e sentii dei passi pesanti alle mie spalle. Persefone mi disse di andare e di stare tranquillo perché l'ombra di Euridice era dietro di me, anche Hermes annui col capo, e io iniziai il mio viaggio di ritorno nel mondo dei vivi. Ripercorsi la strada al contrario, e per molta della strada non sentii nulla, poi piano piano sentivo la terra muoversi e poi dei passi leggeri calpestarla, evidentemente la mia amata stava riprendendo forma e sostanza, non essendo più un ombra. Il mio cuore si riempì di speranza, e fermo al mio patto continuai la mia strada. Passai persino Cerbero, e sulle sponde dello Stige senti una voce femminile chiamarmi. 'Orfeo, Orfeo amore mio dove siamo' disse 'ho paura qui, è buio e orribile, girati e abbracciami amore, ho paura'. 'Non temere mia amata' risposi ' ci potremo riabbracciare e amare una volta fuori di qui, per ora devi avere pazienza'. Era strana la sua voce, era simile alla sua, molto simile, ma in fondo,pensai, stava riprendendo forma corporea. Il barcaiolo mostruoso ci fece salire sulla sua imbarcazione, e ci menò all'altra riva. Anche lì la mia amata mi parlò di nuovo: 'Orfeo, chi è questa creatura? Cosa facciamo qui. Ho freddo, girati ti prego'. Io la rincuorai di nuovo, e di nuovo le chiesi di aver pazienza. Arrivammo quasi ad una delle uscita dell'Averno, quando per l'ultima volta senti la voce di Euridice: ' Orfeo, la caviglia, mi fa male, non riesco a camminare. Ti prego aiutami'. Al suo grido di dolore, istintivamente mi girai e tutto quello che vidi fu l'ombra della mia amata venir risucchiata dalle tenebre, mentre la porta dell'inferno si richiudeva intorno a me. Mi ritrovai fra i Cimmeri, solo come ero partito. Restai con loro pochi giorni, e poi iniziai a vagabondare nei dintorni delle loro terre. Arrivai nei pressi di un grande golfo, e li trovai dei mercanti che mi riportarono in Tracia. Li continuai il mio peregrinazione, cercando di dimenticare il mio perduto amore, quando incontrai un gruppo di menadi, le devote di Dioniso. Mi invitarono a unirmi a loro, e di partecipare a un loro rito orgiastico. Ma io rifiutai fermamente, non potevo avere altre donne all'infuori della mia Euridice, non riuscivo ancora a dimenticarla. Ma le menadi non presero di buon grado il mio rifiuto, mi dissero che in un modo o nell'altro avrei partecipato al loro rito e mi catturarono. Oh madre fu orribile, orribile, cercarono di ammaliarmi, ma io non ho ceduto alle loro lusinghe, allora cercarono di possedermi con la forza, ma neanche il mio corpo volle cedere. Infine si infuriarono, e iniziarono a dilaniarmi il corpo con le unghie e con i denti. Mi fecero a pezzi, mangiarono le mie membra, si disputarono il mio sesso, e usarono le mie ossa per il loro piacere. Io invocai mio padre e Dioniso, invocai Zeus e tutti gli dei, ma l'unico che rispose fu un frequentatore abituale dei loro banchetti: Priapo. Il figlio di Dioniso raccolse la mia testa, e iniziò a deridermi, mi disse che non avrei dovuto più pensare a Euridice, di abbandonarmi al piacere e alla lussuria, e ad ogni mio diniego rideva. Infine, annoiato dalla nostra conversazione, lanciò via la mia testa e finii a fluttuare sull'Ebro dove mi hai raccolto”. “Sciocco figlio, non vedi, non capisci come sei stato vittima di una trama assurda che ti ha ridotto in questo stato?” - cominciò Calliope - “ricordi? Hai detto che era strano che una serpe abbia morso e ucciso Euridice? Una ninfa uccisa da un animale comune? Nessun mostro figlio di qualche dio, o qualche creatura strana, solo un semplice serpente. Basta questo a uccidere una di noi? E di come Ade era restio al tuo canto, e addirittura si era addormentato e aveva permesso a sua moglie di farti quasi portar via un anima? Credi che Ade sia uno stupido accondiscendente come tuo nonno? Hai detto anche che Euridice ti parlava con una voce diversa dalla sua, che tu credevi che il motivo era il suo riprendere forma umana, ma quando ti girasti era sempre un ombra? Chi può aver ordito questa trappola sciocco poeta, chi potrebbe aver architettato tutto questo, farti ridurre in questo stato, senza incorrere nell'ira di tuo padre Apollo? Pensaci bene, se il tuo nemico ti avrebbe attaccato direttamente, di certo avrebbe subito l'ira di tuo padre e la mia, cosi come accadrà alle menadi che ti hanno smembrato. Ma loro sono solo una conseguenza, uno delle tante causate dal morso di quella serpe. A chi hai causato una tale onta da dover fare tutto questo? E allo stesso tempo era cosi astuto da non averne conseguenze? Due donne spettegolano, tre causano la rovina di un uomo, dice un vecchio adagio”. Orfeo si rabbuiò, e una luce di consapevolezza si accese nei suoi occhi vitrei “Le sirene” - esclamò - “sono state loro, loro in qualche modo hanno usato la vipera e, come psicopompi, hanno fatto morire Euridice, sicure che io avrei tentato di riaverla. Erano loro che mi parlavano e volevano che mi girassi; e sempre loro, in qualche modo, hanno fatto assopire Ade, forse erano d'accordo con lui, sicure che Euridice non avrebbe mai lasciato gli inferi. Madre, sono loro che hanno causato la mia rovina, perché io le ho sconfitto a bordo dell'Argo. Con la mia musica le ho umiliate, e con la mia voce le ho battute. Loro hanno aspettato e tramato nell'ombra tutti questi anni, solo per causarmi dolore”. “Vedi che non sei stupido come sembri?” - Calliope sorrise, si girò su se stessa e si incamminò nel piccolo bosco, portando con se la testa di Orfeo - “ma non preoccuparti, tra tanto, tanto tempo, loro avranno quello che si meritano. Te lo posso assicurare in quanto musa, e ti dico che non finirà quest'era che loro tre moriranno, battute non da un dio, ma da un semplice mortale. Il problema è che cosa ne farò ora di te?”. “Madre fammi morire, cosi che possa unirmi a Euridice” - chiese Orfeo - “Stupido, e scatenare su di me le eumenidi? Non ci pensare nemmeno. Conosco un isola poco lontano, con un piccolo tempio. Ti lascerò li, quando quest'era finirà, e tuo padre e tutta la sua schiatta saranno dimenticati, quando io e le mie sorelle avremo nuovi domini, forse potrai morire e nessuno ne subirà le conseguenze. Fino ad allora canterai le tue canzoni e il tuo amore”. Cosi dicendo Calliope si addentrò nel bosco, mentre Orfeo iniziò a cantare ancora una volta.