sabato 21 maggio 2016

Abram - Capitolo 1

Inizio a pubblicare a puntate (si credici) un mio racconto lungo (non ce la faccio a usare la parola Romanzo, è troppo impegnativa) di nome Abram. Qualche precisazione, Abram è un racconto di fantascienza, non si ambienta sulla Terra, ne su un altro pianeta del sistema solare. E' ambientato in un futuro lontano, e i protagonisti sono indirettamente originari della terra. All'inizio doveva essere un racconto sulla voglia di libertà e di indipendenza del protagonista, ma via via è diventato qualcosa di diverso. Spero che vi piaccia, e fatemi sapere cosa ne pensate.

Fermo davanti alla porta della mescita, le gambe di Abram non smettevano di tremare, tremavano cosi forte, che temeva che sarebbe caduto al primo passo, la voglia di girarsi e scappare via era forte, fortissima, un fiume in piena che montava dentro di lui, ma ormai era li. Adam e Jacob, dal canto loro si sistemavano il bavero del vestito e il colletto inamidato, e non vedevano l’ora di aprire quella porta, anche se per loro non era la prima volta. Un infinita di volte erano andati li a raccogliere il padre da sotto un tavolo, o dalle sottane di una delle cameriere. E spesso il vecchio Irwing aveva portato Jacob, ancora bambino, con sé a fargli recitare poesie sconce e barzellette ai vari avventori, per racimolare qualche soldo e berselo in pace. Ma ora era diverso, ora tutti e tre erano degli uomini, e potevano tranquillamente entrare, sedersi e ordinare da bere, senza il pericolo di essere cacciati dall’oste o, peggio ancora, dalle guardie del paese. La mattina era iniziata con la più ricca colazione che avessero mai fatto in vita loro, poi c’era stata la preparazione nel tempio, e infine l’iniziazione alla vita adulta. Poi coi loro testimoni erano andati nei locali delle rispettive gilde, e lì i maestri anziani gli avevano consegnato il canto segreto della gilda, da custodire gelosamente sempre con loro. Infine erano tornati a casa e avevano indossato i loro vestiti da adulti, per poi cenare con tutta la famiglia. Ma ora, ora era il momento di concludere quella giornata memorabile con l’affermazione della loro raggiunta maturità: la prima, vera bevuta in una mescita di birra, e loro avevano scelto quella che conoscevano meglio: la birreria di Joseph. Veramente la conoscevano bene solo Adam e Jacob, al massimo Abram ci aveva dato un occhiata fugace dalla porta mentre si recava al lavoro, e sempre di buon mattino e mai di sera. Ma ora erano li, tre giovani virgulti della media borghesia di Varsavie, pronti ad assaggiare il mondo, e quello era il primo morso. Finalmente Adam sblocco la situazione, diede una sonora pacca sulla schiena del cugino, e Abram cadde verso la porta, aprendola ed entrando di botto. Mentre cadeva, per fortuna, fu preso al volo dai cugini, evitando di capitolare sul pavimento, e vide il mondo tanto agognato. Nel complesso era come se lo aspettava: un camino nell’angolo, con vicino un vecchio ubriacone, il banco con il grasso oste dietro, munito di pezza e grembiule, e tavoli e avventori tutti intorno. Mancavano però le donne lussuriose e mezze nude, di cui la madre lo aveva messo in guardia fino alla nausea che avrebbe trovato e che doveva evitare; al loro posto c’erano solo due cameriere, e neanche troppo avvenenti. Adam e Jacob lo trascinarono fino ad un tavolo libero, un posto tranquillo nell’angolo, e si accomodarono tutti e tre. Quasi subito la cameriera si fece vicino a loro, e iniziò a guardarli in modo indagatore.
- Che mi prenda un accidenti – esclamò – voi due avete un viso familiare, però non conosco nessuno tra voi signorini.
- Lascia perdere gli accidenti – esclamò Jacob - normale che non ci riconosci Miriam, siamo un po’ cresciuti dell’ultima volta che ci siamo visti.
- Infatti – continuò Adam – fino a qualche anno fa potavamo i calzoni corti, e ora abbiamo dei bei pantaloni, che quasi puliscono il pavimento.
- Dannazione – la cameriera iniziò a grattarsi la cuffietta che portava in testa – non ci riesco proprio, ma avete un aria dannatamente familiare.
- Senti Miriam – intervenne Jacob – la sai quella del vescovo e della caccia ai conigli?
- Che mi prenda un colpo – negli occhi di Miriam si accese come una luce – voi siete i due pargoli di Irwing, che Dioniso vi porti, vi siete fatti due bei giovinotti, sentite e il vostro vecchio come sta? Gli è passato il mal di fegato?
- Purtroppo no, il mal di fegato se le portato via, e morto da più di un anno.
- Accidenti, mi dispiace, era un buon verro nonostante tutto, un ubriacone incallito come pochi, ma un buon verro. HEI – Miriam si girò di scatto nella direzione del banco – Isaia, accidenti a te, prepara tre boccali di quello buono, ci sono i figli di Irwing a questo tavolo e il primo giro glielo offro io.
In tutta risposta l’oste uscì da dietro il bancone, e si avvicino a grandi passi al tavolo dei tre ragazzi, Abram ebbe un sussulto a vedere quella montagna di carne andare verso di loro, pensò che forse aveva un conto in sospeso col suo defunto zio e che ora voleva regolarlo con loro.
- Dovrà ghiacciare l’inferno – disse Isaia una volta che fu vicino al loro tavolo – se ti faccio offrire il primo giro a questi ragazzi, il primo giro è un mio privilegio, e ai figli di Irwing offrirò anche il secondo. – poi si girò verso il resto della clientela allargò e le braccia e gridò – sentite, sentite tutti, ora vi offro un giro gratis, questo va alla salute di un grande amico che non c’è più, e ai suoi figli che sono qui stasera.
Tutto il locale esultò dalla contentezza, senza farsi troppe domande su chi fosse il destinatario del brindisi. Raramente Isaia offriva qualcosa, ed era meglio approfittarne quando si poteva.
- Ora alza la sottana, e inizia a fare il giro – tuonò Isaia verso Miriam – io mi trattengo un poco qui. – e cosi dicendo si sedette vicino ad Abram – allora ragazzi, cosa vi porta in questa bettola? Ma un momento, voi siete tre, ma Irwing aveva solo due ragazzini, chi è di più?
- I…io signore – balbettò Abram – io sono loro cugino, il nipote di Irwing.
- Qua la mano ragazzo – Isaia prese la mano di Abram in un lampo e gliela strinse cosi forte da farla diventare viola – sei dello stesso sangue di Irwing e amico dei suoi figli, quindi sei il benvenuto. Hei ragazzi ditemi, come mai siete venuti solo ora a trovarmi? Eh? Quella vecchia sottana di vostra madre, santa donna, come sta?
- Bene, bene, hei signor Isaia – Jacob si avvicino il più possibile al grosso oste – ti ricordi quando venivamo qui da piccoli, e ti chiamavamo zio?
- Diamine se me lo ricordo, tu sei Jack, il piccolo Jacob, dannato furfante, eri un piccolo rodiratto allora e sei sempre scaltro, o almeno cosi mi dicono i tuoi occhietti, e tu sei Adam, oh Adam, diamine, eravate due lattonzoli, e ora siete due verri belli forti, che Dioniso mi porti ragazzi, il tempo passa e il vecchio zio Isaia presto raggiungerà il vostro beneamato padre. – intanto Miriam era arrivata con la birra – ma non pensiamoci ora, in alto i boccali, e se Dioniso, la morte o chi per loro mi verrà a cercare mi troverà cosi ubriaco che mi dovrà portare di peso sulle spalle, e questo non lo auguro a nessuno, salute.
- Salute
- Salute
- Sa…salute.
E cosi il terzetto e l’oste iniziarono a bere. Dopo i primi due giri Isaia si alzò e tornò al bancone, lasciando i tre cugini a gozzovigliare con la birra e qualche pasticcio di verdure che si erano fatti portare. Isaia li osservava dal bancone, e notò subito che Abram era l’unico che si tratteneva, bevevo poco, mangiava molto, e il suo boccale toccò il fondo solo una volta. I due fratelli invece, diedero fondo a tutta la loro ingordigia, bevendo quasi quattro litri di birra a testa, e ubriacandosi quasi fino allo sfinimento. Più tardi, a sera fatta, Isaia si avvicinò di nuovo al loro, Adam ormai era andato e giaceva riverso sul tavolo, dormendo il sonno pesante di chi è andato nel paese dei beoni, mentre a Jacob mancava poco per raggiungerlo. Isaia si sedette di nuovo vicino ad Abram, portando con se un boccale di birra scura.
- Mash…tro Isaia *hic* - singhiozzò Jacob – mash...tro Isaia, la vostra è la birra più buona che ho mai bevuto in tutta la vita, però ora devo mesciere anch’io qualcosa *hic*, mi indicate dove sta il bagno – disse cercando di mettersi in piedi.
- Eccolo là – Isaia indicò una porta in fondo alla sala – non ti puoi sbagliare piccolo Jack.
- Grascie, la mia vescichia ve ne sciarà eternamente riconosciente – cosi dicendo e iniziò a barcollare in direzione della porta.
- Allora mastro Abram, non vi è piaciuta la mia birra?
- O molto Isaia, ma datemi del tu vi prego.
- Oh no, non posso, vedete io distinguo le persone in due gruppi quelli a cui dare del tu e quelli a cui dare rispetto, e un giovanotto di buon senso come voi merita molto rispetto. Mi dispiace per i vostri cugini, sono dei bravi ragazzi ma il loro vizio è di famiglia. Oh non fraintendetemi, mi riferisco solo a loro padre, non a vostri genitori.
- La ringrazio, e lo so, i miei cugini sono bravi, ma non hanno il senso della misura. Per me un boccale è anche troppo, e mi sento leggermente brillo. Non offendetevi se non ho continuato.
- Mi sarei offeso se lo avreste fatto, significava che avevo sbagliato con la mia prima impressione su di voi. Comunque sono contento. Ditemi mastro Abram, cosa fate voi nella vita?
- Io, veramente proprio oggi mi hanno consegnato il canto segreto degli scrivani, e da domani dovrei iniziare la mia attività.
- Siete un poeta o uno scrittore, magari uno storico.
- No, no, nulla di tutto questo, sono molto più modesto, sono un contabile, so far di conto, nulla di più. Non ho le propensioni artistiche di altri nella mia gilda.
- Oh, e già avete dei clienti?
- Veramente no, il mio padrone, mastro Tobias, dove ho fatto l’apprendista, non mi ha permesso di portarne, cosi dovrò iniziare da zero.
- Perdincibacco, mastro Abram, io tengo un po’ di contabilità nel locale, ma non sono molto bravo, perché non mi prendete come cliente, in cambiò, oltre a quanto dovuto vi offrirò da bere quando vorrete.
- Vi ringrazio, la vostra offerta mi lusinga, ma non so se sono in grado.
- Si che ne siete in grado, siete un giovane dallo sguardo intelligente, e sarete sicuramente in grado di tenere la contabilità della mia bettola.
- Ma io … e va bene, però mi pagherete solo il dovuto, niente extra, se vorrete offrirmi qualcosa lo farete per amicizia, non perché me lo dovete. Accettate?
- Che io sia dannato, certo che accetto, qua la mano.
Cosi la mano di Abram tornò ad essere viola un'altra volta, ma lui aveva trovato il suo primo vero cliente. Quella sera, dopo aver riportato a casa i suoi cugini, ed essersi preso una sonora ramanzina dalla madre e dalla zia per il loro stato, Abram si ritrovo nella sua stanza, accese il lume e iniziò a studiare il canto segreto degli scrivani.

La più grande professione è quella dello scriba.
Il muratore è spesso malato, perché esposto a tutti i venti sulle travi e sulle impalcature, le braccia gli si stancano per il lavoro, i suoi abiti sono in disordine e si lava una volta al giorno.
Il fabbro ha le dita rugose come scaglie di un coccodrillo ed è maleodorante come un barile di pesce.
Il vasaio intristisce nel fango; la terra lo sporca più di una patata.
Il falegname, finita la giornata, deve continuare a lavorare tutta la notte fino a spezzarsi le braccia.
Il barcaiolo è divorato dalle zanzare.
L’ufficiale è arruolato da ragazzo e chiuso in caserma; la corazza gli fa una piaga sul ventre, l’elmo gli apre un'altra piaga sull’occhio.
Rivolgi quindi il tuo cuore allo studio delle lettere; chi ha imparato a farne tesoro fin da piccolo è onorato e a lui si affidano missioni importanti. In tutti i mestieri si ha un superiore, men che in quello di scrivano: chi comanda è lui”


Era questo, finalmente il canto segreto, il più geloso tesoro degli scrivani. Ogni apprendista che lo conoscesse poteva dire di essere uno scrivano, e gli scrivani erano pochi veramente pochi. Specie quelli che oltre a scrivere sapevano fare di conto, come lui. Quello che diceva il canto era vero, non c’erano padroni per gli scrivani, clienti si, apprendisti si, ma nessun padrone. Certo, molte persone sapevano leggere e scrivere, ma senza conoscere il canto segreto non erano scrivani, ne potevano accedere alla gilda e alle possibilità che dava. Però c’era qualcosa che ad Abram saltò all’occhio, o meglio due. Nel canto si nominavano degli animali che non conosceva, il coccodrillo e le zanzare, non aveva dimestichezza con questi nomi, anzi gli sembravano alieni. E poi c’era una discordanza, una grossa discordanza: “il vasaio si sporcava come una patata”. Nei suoi studi sull’armonia del testo, il suo maestro gli aveva ripetuto all’infinito che le allegorie dovevano o essere tutte simili, o tutte diverse. Cioè, se chi aveva scritto il testo aveva iniziato a paragonare i vari lavori a degli animali o nel testo si nominavano sempre degli animali, il paragone con la patata era alquanto disarmonico. Si parlava di quegli strani animali, poi di pesce, e nel bel mezzo di una patata. Nella mente di Abram, poi, i muratori si sporcavano di malta, di polvere, al massimo di vernice, non certo di terra come le patate. Forse il testo era stato redatto in un tempo molto remoto, magari prima delle leggi artistiche sull’armonia della forma, e per questo c’era la patata. L’indomani sarebbe andato a chiedere chiarimenti al suo maestro nella gilda, per il momento chiuse gli occhi e si addormentò.