sabato 9 aprile 2016

Athopulos

Con questo post vorrei iniziare una pratica ricorrente per il mio blog, e cioè cercare di pubblicare un mio racconto a cadenza regolare, magari una volta a settimana. Grosso impegno per il sottoscritto, ma per iniziare pescherò nei racconti abbandonati, cosi ho la scusa per finirli e pubblicarli da qualche parte. Il primo dei racconti abbandonati che vi presento è Athopulos. Questo racconto doveva essere il primo di una serie, da raccogliere poi in un libo che percorreva a varie tappe la vita del protagonista. Ogni capitolo doveva essere un racconto godibile a se stante, ma insieme formavano l'avventura completa di Athopulos. Del progetto originale scrissi questo racconto, un altro che ho perso (chissà su quale hard disk formattato stava?) e un altro che non ho mai finito.
Un ultima nota sul racconto che leggerete, è pieno di elementi gnostici ed esoterici, e all'epoca in cui l'ho scritto, il lontano 2001, erano il mio pane quotidiano. Spero che nessuno si offenda di quello che leggerà, ma queste erano (forse lo sono ancora) le mie idee all'inizio del secolo. Buon divertimento.

Il vento del deserto soffiava forte negli occhi del giovane uomo, ma lui incurante continuava ad inoltrarsi fra le dune e la sabbia. Intanto il sole batteva, e il paesaggio tremolava tutt’intorno. L’uomo si fermò un attimo, prese l’otre che portava al fianco, la stappò e ne bevve un sorso. Il latte di capra aveva un sapore strano, ma almeno lo dissetava. In più non evaporava facilmente come l’acqua. Dopo un'altra ora di cammino, finalmente vide ciò che cercava. In lontananza, su un’alta duna, la figura di un uomo vestito di nero, a cavallo di un dromedario. L’uomo lo vide, spronò il suo animale e si diresse verso di lui. Dopo un po’, i due uomini s’incontrarono a metà strada. Quando furono uno di fronte l’altro si fissarono, ma nessuno pronunciava una parola, ne muovevano un muscolo. Intanto il vento si era calmato e, tutt’intorno, il paesaggio tremolava più velocemente.
- Chi sei? – disse infine l’uomo vestito di nero.
- Sono la persona che aspettavi – rispose l’uomo a piedi.
- Come faccio ad esserne sicuro? – chiese di nuovo il primo – io aspetto un uomo che porta con se molto dolore. Tu sei lui?
- Io porto con me il ricordo di un figlio morto per colpa di un capriccio, per una disputa di cui lui non aveva nessuna colpa. È abbastanza questo dolore per te?
- E cosa cerchi qui da noi?
- Cerco una risposta, secondo te la troverò?
- Qual è la domanda?
- La domanda è perché mio figlio è morto, solo questo.
- Allora seguimi, io non posso darti questa risposta, ma il maestro, lui si.
Detto questo, l’uomo in nero girò il cammello e iniziò a camminare. L’uomo a piedi si asciugò il sudore con una manica, e lo seguì di buon grado. Camminarono per quasi un’ora sotto il sole cocente, l’uomo sul dromedario non conduceva l’animale, lui conosceva la strada a memoria; l’uomo a piedi non riusciva a capire come facesse, non c’erano ne segni particolari, ne monti cui fare riferimento, solo dune e sabbia. Dopo un’ora, cominciarono ad apparire i primi segni di una città. Due alte torri svettavano fra le dune, tenevano su un alto muro. A quella vista, l’uomo sul dromedario fece un segno con la mano, e spronò la bestia al trotto. I due uomini giunsero di fronte ad un grande portone, l’uomo a piedi era meravigliato da quell’architettura, non aveva mai visto niente del genere nella sua terra d’origine. In Egitto non c’erano mura a circondare le città, né porte cosi grandi, se non nel palazzo del faraone o in qualche tempio. Il grande portone si aprì, e i due uomini si accomodarono all’interno. Qui la meraviglia fu ancora più grande, all’interno delle mura c’erano giardini, case e palazzi. E persone che andavano indaffarati avanti e indietro. Una città viva e rigogliosa nel mezzo del deserto.
- Benvenuto a Hiram – disse l’uomo sul dromedario.
- Meraviglioso. Neanche quando il Nilo straripa i nostri giardini sono cosi rigogliosi. Ma ascolta, io ho bisogno della mia risposta, dov’è l’uomo a cui posso chiederla?
- Aspetta – l’uomo scese dal dromedario, e si allentò la fascia che gli copriva il volto, poi consegnò l’animale ad un servo e si avviò da solo – seguimi. – disse facendo un segno con la mano.
I due uomini camminarono per un lungo viale alberato, e tutt’intorno si sentivano fischi e versi d’uccelli nascosti fra le fronde. Il viale portava ad un tempio, un piccolo tempio circondato da colonne e statue. Nessuna statua, però, raffigurava una divinità conosciuta all’egiziano. L’uomo in nero sali le scale del tempio, e si fermò sulla porta del tempio.
- Vieni, l’uomo che cerchi ti sta aspettando, solo lui può darti la risposta che cerchi.
- E tu?
- Io non vengo, il mio compito è finito qui. Ora sei in mani migliori delle mie.
L’egiziano salì le scale, aprì la porta del tempio ed entrò. L’uomo vestito di nero scese le scale, e riprese il sentiero. L’interno del tempio era male illuminato, solo un paio di torce cercavano di vincere il buio al suo interno. L’egiziano avanzò piano, timidamente, tastando il terreno con i piedi per paura di inciampare.
- Vieni, vieni – fece una voce dall’interno del tempio.
L’egiziano aspettò un attimo, poi chiuse gli occhi per abituarli all’oscurità, e li riaprì. Sul fondo del tempio gli sembro di scorgere un uomo. Fattosi coraggio, iniziò ad avvicinarsi a quella misteriosa figura.
- Allora, ti muovi? – lo incalzò l’ombra – sono vecchio, non vivrò in eterno.
L’egiziano si avvicino all’uomo nell’ombra, e, una volta di fronte a lui, gli si sedette davanti.
- Chi sei? – chiese l’egiziano all’uomo seduto
- Sono la persona cui devi fare una domanda.
- Io ho mille domande. Tu quante risposte puoi darmi?
- Tu puoi farmi tutte le domande che vuoi, le risposte dipendono da quelle. Però prima raccontami come mai sei arrivato qui.
- Forse è meglio. Vedi, io sono uno scriba, il mio nome è Athopulos, e lavoravo presso il tempio di Bastet, nella città di Bubastis, ero lo scriba personale del sacerdote del tempio. Comunque, io ho... anzi avevo una famiglia. Ero sposato da cinque anni con Aletia, la più bella donna che ho mai conosciuto. Siamo cresciuti insieme da piccoli, e il nostro matrimonio è stato combinato dalle nostre famiglie, e nonostante questo ci amavamo come nessun altro. Figurati che io non avevo né concubine né amanti, e certo me le potevo permettere. Tre anni fa abbiamo avuto il più grande regalo che Bastet misericordiosa potesse farci, un figlio, un bel maschietto, forte e vivace. Vorace come i coccodrilli del Nilo, e con gli occhi vispi dei gatti, i figli della dea. Non sarei potuto essere più felice di allora, poi qualche mese fa mio figlio è morto! Non era né malato né altro, ci siamo solo svegliati un mattino, e lui era morto. E non solo lui, tutti i primi figli della mia città, anzi dell’intero Egitto, erano morti. E dire che ne avevamo passate tante, dalle cavallette, a quell’assurda pioggia di rane. Ma questo no, non dovevano morire i nostri bambini. Ho chiesto al sacerdote del tempio, e lui mi ha risposto che era stato il dio degli ebrei a mandare questa maledizione. Allora gli ho chiesto se il dio degli ebrei era più forte della dea Bastet? Perché lei aveva permesso tutto questo? Lui non seppe rispondermi. Due giorni dopo lo trovarono che si era avvelenato, aveva perso la fede nella dea, anzi, in tutti gli dei, anche in Ra e in Osiride. E con lui, tutta la nostra città. Il popolo disertava il tempio, non lasciava più offerte. Circolavano strane voci, si diceva che il sacro faraone Mineptah aveva liberato tutti gli ebrei, che loro avevano aperto il mare e lo avevano attraversato a piedi, e altre cose del genere. Mia moglie perse la ragione, ogni giorno cullava una bambola di paglia, e la chiamava come nostro figlio. Poi, un mese fa … - l’egiziano si fermo un attimo, serrò i palmi in pugni, e il viso si strinse in una smorfia di dolore - … un mese fa è scomparsa di notte, non l’ho più trovata. Allora ho perso tutto, l’unica cosa che mi rimaneva erano i miei rotoli e i miei papiri. Presi con me anche quelli del sacerdote, e mi allontani da Bubastis. Ho trascorso quasi un anno girovagando per l’Egitto, cercando una spiegazione plausibile a quello che era successo, ma nessuna delle persone che ho incontrato è riuscita a darmela. Qualche giorno fa ho fatto un sogno, nel sogno ho visto una città in mezzo al deserto, e un cavaliere vestito di nero che scortava li i pellegrini. Al mio risveglio sapevo due cose: sapevo che qui potevo trovare una risposta, o almeno qualcuno abbastanza saggio cui fare la mia domanda, e sapevo la strada per arrivare fin qui. Ora dimmi, sei stato tu a mandarmi quel sogno?
- Non sono stato io, ma anch’io ho fatto un sogno come il tuo, nel mio ti vedevo arrivare, e sapevo che portavi con te tante domande e tanto dolore, ma anche un mistero di cui solo tu sei detentore. Cosi ho chiesto al fido Rajim di venirti incontro e di scortarti fin qua. E ora che mi hai raccontato la tua storia, lascia che ti racconti quella del dio degli ebrei. Il dio a cui si sono affidati non è quello che credono, anzi, è il suo nemico. Gli ebrei sono stati ingannati, il loro “dio” è un demone con la faccia di un angelo. Un tentatore sublime. Ma presto il vero dio forgerà con loro una nuova alleanza, e loro torneranno nelle sue grazie. Il loro capo, quel Mose, non è tanto sveglio come crede. Colui che ha mandato le piaghe è il male, il male puro e semplice. Qualcosa d’inconcepibile per noi mortali. I tuoi dei, la tua Bastet, lo conoscono bene, e lo temono. Altro che Seth dalla faccia d’asino, persino lui ha paura di questo male. La cosa peggiore è che lui sta facendo il gioco del vero dio, allontana gli uomini dagli dei mortali, e li avvicina all’idea del suo nemico. Lui ama tentare i mortali, e cerca vendetta contro gli dei suoi nemici.
- Allora io voglio sconfiggere questo male, voglio la mia vendetta.
- Contro cosa? Non si può sconfiggere il male, il male esiste, è nel cuore degli uomini.
- Allora lo sconfiggerò in un altro modo, ci deve pur essere.
- Non so cosa dirti, però…
- Però?
- Potresti chiedere ai tuoi dei.
- Come?
- In questa città c’è un tempio per ogni religione conosciuta, anche quelle degli esseri preumani che abitavano il nostro mondo. E tu puoi richiamare le tue divinità. Ne sei capace no? Eri o non eri lo scriba di un sacerdote.
- Ma non sono un sacerdote…
- Non c’è bisogno di essere un sacerdote per parlare agli dei, basta saper chiedere e loro ti risponderanno. Di questi tempi la loro vita non è facile, il falso dio degli ebrei sta allontanando molte persone da loro, quindi saranno più che felici di aiutarti.
- Dove si trova questo posto?
- Vieni con me – disse il vecchio alzandosi – seguimi.
L’anziano uomo si aiutò con un bastone per raggiungere l’uscita, alla luce del sole l’uomo sembrava avere più di cento anni, ma nei suoi occhi ardeva un incredibile luce vitale. Athopulos si avvicinò a lui, e gli diede il braccio per aiutarlo. Insieme i due uomini attraversarono i viali alberati di Hiram, in un dedalo di stradine e viuzze. Camminando, Athopulos capì che la città si dipanava tutt’intorno ad una grande costruzione al centro di essa, e ogni tempio, casa e strada sembrava seguire uno oscuro ordine di collocazione.
- Te ne sei accorto vero? – chiese il vecchio.
- Cosa? – rispose attonito Athopulos.
- Della sequenza?
- Quale?
- Quella delle costruzioni – rispose il vecchio indicando con il bastone le case li intorno – vedi, questa città è stata costruita da un grande saggio, da cui ha preso il suo nome, Hiram appunto. E segue un ordine preciso basato su alcuni numeri magici, il 3, il 4 e il 7. Insieme questi numeri hanno un grande potere, e ogni cosa qui, dalla più piccola pietra al più umile albero seguono queste regole di disposizione e sistemazione.
- Ho sentito parlare di quest’uomo, un uomo di grande valore, un profondo conoscitore della natura e dei suoi segreti. Ma so anche che dovrebbe essere morto.
- Hiram è più di un uomo, e non muore cosi facilmente. Oh, ma se lo incontrerai capirai cosa voglio dire.
- Parli per misteri, amico mio.
- Ciò che per alcuni sono misteri, per altri sono chiari come la luce del sole. Ma ora basta, guarda – disse indicando un tempio in stile egizio – quella è la tua destinazione. Li troverai ciò che ti occorre. Vai da solo figlio, io resterò qui ad aspettarti. – cosi dicendo il vecchio si scostò dall’egiziano, e si sedette sulle radici di un grosso albero.
- Grazie.
L’egiziano camminò lungo un viale alberato, dai rami grondavano frutti sconosciuti e fiori meravigliosi. Tutt’intorno non si vedeva anima via, come se l’unica persona in città fosse lui, ma in lontananza sentiva voci di bambini e risate di donne. Gli alti alberi non gli permettevano di vedere null’altro che la strada che percorreva, tanto che aveva l’idea di seguire un sentiero in un bosco. Arrivato al tempio si guardò intorno per vedere se ci fosse un custode o un sacerdote, ma nessuno gli andò incontro, cosi prese ed entrò nel tempio. All’interno una luce dal soffitto illuminava tutto a giorno, Athopulos alzò gli occhi per capire da dove provenisse la luce, ma questa era cosi abbagliante da non permetterglielo. Allora si guardò in giro e notò un piccolo altare con un braciere, e per terra tutto il necessario per preparare un invocazione. Non c’erano, però, né animali da sacrificare, ne cibi da offrire. Athopulos non si perse di coraggio, preparò le erbe nel braciere, si cosparse con gli unguenti, e cominciò a salmodiare i canti per propiziarsi gli dei. Mentre pregava si accorse che la luce diventava sempre più bassa, fino a lasciare la stanza in penombra. Intorno a lui le ombre iniziarono a muoversi, formando strane figure, animali surreali, uomini e donne che danzavano intorno a idoli d’ombra. Poi tutto iniziò a fermarsi, e Athopulos cominciò a gridare ad alta voce il nome di Bast, pregandola di raggiungerlo. All’improvviso la fiamma nel braciere divampò, e nel fumo iniziò a delinearsi un figura umana, un bellissimo corpo di donna, con la testa di gatto. La testa felina aprì gli occhi , e iniziò a guardarlo. Gli occhi di fuoco fissarono il piccolo uomo egiziano, e lui senti un brivido percorrergli la schiena. Athopulos aveva invocato per anni la sua dea, ma mai lei gli era apparsa in questo modo. Tante volte la risposta era una voce sussurrata alle sue orecchie, altre era un segno, un gatto che attraversava la strada, oppure un sogno. Ma mai cosi, mai la dea si era manifestata in tutta il suo essere.
- Divina Bast – accennò timidamente Athopulos – madre dei gatti, signora della vita, accogli la preghiera di questo tuo umile servitore.
- Athopulos – la voce della dea era simile a quella di mille gatti che fanno le fusa – figlio di Bubastis, figlio mio, cosa ti porta qui al mio cospetto? Cosa desideri chiedere?
- Divina, chiedo vendetta. Chiedo vendetta per mio figlio, per quel figlio che un dio straniero mi ha portato via.
- Conosco la storia, ma quello che tu chiami dio è un demone. Una creatura che si ciba del Ka dei viventi, che semina la menzogna, e prepara la distruzione di tutti gli dei.
- Ma, divina, non siete voi più forti? Non avete creato voi la luna, le stelle, e tutto il creato? L’uomo non è nato dallo sputo di Ra? L’Egitto non è sorto perché l’avete voluto voi?
- È difficile da spiegare, non tutto ciò in cui credi è vero, né gli dei sono cosi potenti come pensi. Se solo tu potessi ricordare…. Il nostro tempo nel mondo degli umani sta finendo, presto nessuno si ricorderà di noi, e presto gli uomini penseranno che non siamo mai esistiti. Lui avrà la sua vendetta su di noi, e potrà regnare incontrastato, almeno finché l’uomo non stringerà una nuova alleanza col vero dio.
- Con Ra?
- No, non Ra, anch'egli seguirà la nostra stessa sorte. Il dio di cui parlo è in realtà il padre di tutti gli dei e di tutti gli uomini, e il tuo nemico è anche il suo; però lui non può aiutarti…
- Perché? Perché questo dio permette ciò? Come fa un dio cosi potente a permettere questa malvagità?
- Se il tuo nemico fosse tuo figlio, tu cosa faresti?
- Il nemico è suo figlio?
- Il più bello dei suoi figli. Egli si è ribellato a suo padre, ha scisso i cieli in due, e, in un certo senso, ha creato gli dei. Noi abbiamo mentito agli uomini dicendo che il cielo e la terra erano nostri, in realtà niente è veramente nostro, neanche la nostra vita. Noi siamo prigionieri degli uomini, ci siamo cibati per secoli del loro Ka, ci siamo sostenuti con le loro energie, ora ci abbandonano e noi moriamo.
- Ma io, sacra Bast, io cosa posso fare? Voglio la mia vendetta, il sangue di mio figlio, il sangue di tutti i figli d’Egitto è sulle sue mani, e io voglio vendetta.
- Io non sono la dea della vendetta, né la dea della guerra…non mi hai invocato sotto quell'aspetto.
- Però sei astuta, e il tuo consiglio è prezioso. Come posso sconfiggere un simile nemico? Come posso avere la mia vendetta?
- Se il tuo nemico è forte devi combatterlo con l’astuzia, se è imponente battilo con la velocità. Il tuo nemico è un bugiardo…
- Quindi dovrò sconfiggerlo con la verità.
- La verità però non è facile da raggiungere, il tuo nemico usa bugie che durano per secoli, quindi tu dovrai percorrere i secoli alla ricerca della verità. Sarai in grado di farlo?
- Sono uno scriba, se tu me ne dai la possibilità io girerò il mondo, e raccoglierò la verità. Farò in modo che tutti la conoscano, e capiscano che il nemico è un bugiardo, e che le sue promesse sono malvagie. Solo che, pensi che mi basterà una sola vita? Tu stessa hai detto che le sue bugie durano secoli. Pensi che avrò il tempo necessario per farlo?
- Non credo.
- Allora donami la vita, cioè, ti prego, fai in modo che il tempo per me si fermi, cosi potrò andare in giro per il mondo, e scoprire tutto.
- Il tempo e la vita non rientrano fra i miei doni, se cosi fosse stato tuo figlio e tutti i figli di Bubastis starebbero ancora ridendo e giocando alla luce di Ra. Però, forse un modo c’è, tu sai chi è il padrone della vita?
- È colui che può toglierla giusto?
- Si, il signore della morte, Anubi. Cercalo, io gli parlerò di te, porterò a lui la tua preghiera, ma tu dovrai essere presente per accettare il suo dono.
- Come faccio, dove devo andare mia signora?
- Da nessuna parte, in nessun luogo. Anubi è lontano dal tuo mondo, troppi gli chiedevano di riavere i propri cari, e lui, nonostante il suo ruolo, è un dio buono. Non poteva più sopportare le suppliche, e le richieste di tanti, cosi si è allontanato da questo piano. L’unico posto dove trovarlo è dove l’uomo e gli dei non hanno differenze, il luogo che tutti noi attraversiamo nel cuore della notte, e viviamo vite diverse dalla nostra.
- Nel sogno?
- Si nel sogno, però attento Athopulos di Bastet, nel sogno potresti ricevere più di quello che cerchi.
- Correrò il rischio mia signora.
Gli occhi di Bast brillarono di un’intensa luce rossa, per poi diventare un rosa carico. Athopulos senti le forze venirgli meno, mentre le palpebre diventavano pesanti. Piano, il piccolo egiziano, si adagiò sul pavimento, e si lascio andare. Si ritrovo a camminare di nuovo lungo un sentiero, ma stavolta la strada non era fatta di pietre, ma di livida luce azzurra, e tutt’intorno non c’erano che tenebre. La strada portò l’egiziano in una vasta distesa, un immenso deserto simile a quello dove sorgeva Hiram. L’uomo si guardò intorno, non vedeva nulla muoversi, neanche la polvere alzata dal vento. In cuor suo provo un forte timore, poi si strinse nelle spalle, e avanzò nel deserto. Camminò per un tempo infinito in quel nulla fatto di sole e sabbia, i suoi piedi nudi affondavano nella sabbia cocente, mentre la pelle bruciava sotto il sole infuocato. Poi, com’era iniziato, il deserto finì, e Athopulos iniziò a camminare in una vasta distesa, ricoperta da una sottile polvere bianca, la polvere era fresca al tatto, e il sole non bruciava più come prima. In lontananza riuscì a scorgere delle forme, delle alte montagne, precedute da basse colline. Allora iniziò ad accelerare il passo per raggiungerle, ma si arrestò di colpo quando vide da cosa erano formate le colline. Ossa, immense pile d’ossa, accatastate in mucchi giganteschi, una sull’altra. Erano queste le montagne viste da Athopulos. C’erano molti tipi d’ossa, d’uomo, d’asino, di gatto, e d’animali mai visti prima. C’erano ossa di creature gigantesche, e piccole ossa di topo e d’altri animali minuscoli. Athopulos non sapeva cosa fare, ma pensando al dio che doveva incontrare, il minimo che poteva aspettarsi erano proprio delle ossa. Mentre camminava, continuava a guardarsi in giro, scorgendo di tanto in tanto delle ombre aggirarsi furtive fra i bianchi mucchi. Sopra di lui volteggiavano lenti grandi avvoltoi, ma lui non ne era affatto intimorito. Poi, all’improvviso, una figura nera gli balzò davanti, e uno scintillare di denti bloccò il suo cammino. Un grosso sciacallo, dal pelo nero come la notte gli sbarrava la strada, guardandolo con occhi rosso fuoco. Una luce innaturale brilla nel fondo degli occhi della creatura, Athopulos sentì un brivido percorrergli la schiena, ma non indietreggiò.
- Levati – disse all’animale – levati ti prego, devo andare, devo vedere il padrone di questo luogo.
- Perché? – gli chiese lo sciacallo, con voce forte e dura – chi credi di essere per poter parlare col mio signore Anubi?
- Sono un uomo solo che cerca vendetta. E solo il grande Anubi può aiutarmi ad averla.
- Devi uccidere qualcuno? Il mio signore non è un assassino, ne può aiutarti a trovarne uno. Va via ora, muoviti!
- No, aspetta, non voglio uccidere nessuno. Voglio giustizia, e voglio vendetta. Te l’ho già detto, lasciami passare.
- E credi che Anubi possa dartele?
- No, da Anubi voglio un regalo diverso, voglio il tempo, un tempo lunghissimo.
- Sei sicuro di volerlo? – lo sciacallo aveva smesso di mostrare i denti, e ora sedeva placido sulle zampe di dietro – per chi come te vive un tempo breve, l’eternità può essere un peso immenso. Pensaci bene. Se, e dico se, Anubi accetterà di donarti la vita che vuoi, tu perderai tutto. Non avrai più amici, loro prima o poi moriranno, mentre tu no. Ne potrai avere una donna che ti ami, o dei figli. Moriranno anche loro. Tu dici che vuoi vendetta, e che solo col tempo l’avrai. Ma il tempo è un nemico infido, distrugge tutto, gli imperi, le montagne, anche le stelle cadono sotto il suo scorrere. Perderai tutto, per non avere nulla.
- Io avevo tutto, avevo l’amore di una moglie e di un figlio, e mi sono stati tolti. Credevo nei miei dei, e loro mi hanno detto che era tutto una bugia. L’unica cosa che so, è che ho già perso tutto. Cosa vuoi che me ne importi degli imperi, delle montagne o delle stelle? Voglio solo vendetta.
- Sei molto ostinato a quanto pare, - lo sciacallo iniziò a leccarsi una zampa – e quali sono le tue armi? Cosa userai per vendicarti?
- I miei calami e i miei inchiostri. La mia preda: le bugie, il mio scudo: la verità.
- Aveva ragione Bast, sei proprio deciso. – la figura dello sciacallo cominciò a diventare completamente scura e indistinta, fino a diventare un ombra. Poi l’ombra iniziò ad allungarsi fino al cielo, superando in altezza le montagne. Dall’ombra iniziarono ad apparire i tratti e le sembianze del signore della morte, il grande viso di sciacallo, l’asta, l’esile corpo umano. Poi Anubi guardò in basso e disse – ma in fondo sei sempre stato cosi.
- Come mio signore?
- Dico, che non sei cambiato affatto amico mio, una volta mi chiedesti di darti la morte per una ragione simile, e ora rivuoi la tua vita?
- Non capisco, cosa vuoi dire? Io e te non ci siamo mai incontrati prima – il piccolo egiziano guardava meravigliato la divinità, e per quanto impossibile, riusciva a guardarla fissa negli occhi.
- Oh ricorderai amico mio, ricorderai e soffrirai ancora di più, ma se cosi vuoi, cosi sarà. Io Anubi, padrone della vita dei figli d’Egitto dono a costui una vita lunga oltre l’immaginazione. Che il tempo per lui passi, come passa per le stelle in cielo. Che egli torni ciò che era, e che piano piano ricordi, che la sua vita e il suo rango gli siano restituiti, io Anubi cosi decreto. Ora, amico mio, la tua vendetta è la vendetta delle divinità dell’Egitto, il tuo nemico è il nostro. Porta la verità agli uomini, e combattilo finché potrai.
- Grazie – sussurrò Athopulos con un filo di voce.
Il giorno dopo Athopulos caricava viveri e acqua su un asinello regalatogli dall’anziano di Hiram, Rajim era vicino a lui osservandolo senza dire nulla.
- Allora Rajim, ringrazia ancora il tuo signore, e digli che prima o poi tornerò ad informarlo di come va la mia ricerca.
- Non credo che troverai mai più Hiram.
- Perché?
- Perché Hiram non sarà più qui, tu avevi un bisogno, Hiram l’ha ascoltato e l’ha assolto. Nessun uomo che non viva qui, può tornare due volte a Hiram.
- Io non sono più un uomo Rajim, e forse non lo sono mai stato.
- Senti, pensi che la vita eterna sia un bene?
- Non saprei, mi sembra tutto cosi strano, nuovo e allo stesso tempo vecchio. Come qualcosa di dimenticato, che affiora piano nella mente. E tu, cosa ne pensi dell’immortalità?
- Non credo sia un bene, credimi non lo è. Io appartengo ad una razza che viveva qui prima dell’uomo. La mia razza fu cacciata da questo mondo, quando il mondo era fatto solo di fuoco, di terra e d’aria. La mia gente fu allontanata dal mondo da una creatura egoista e cattiva, uno dei luogotenenti del tuo nemico. Io riuscii ad evitarlo, e per proteggermi ho deciso di servire il signore di Hiram. Si, ho una vita lunghissima, ma non mi è servita a nulla, solo a scappare da un padrone all’altro.
- Forse non avevi uno scopo.
- Forse, o forse non ho mai avuto una vita.
- Addio Rajim, magari un giorno ci rivedremo.
- Chi lo sa, magari un giorno riuscirai veramente a tornare e ti rifarò la domanda. Fino ad allora addio.
- Addio.