Impegno - Ego Sum

Prima di tutto mi sono accorto di aver scritto più impegni di quelli che credevo, poi devodire che questo (con altri che leggerete) fa parte del periodo in cui ho conosciuto, comprato e amato Sandman di Neil Gaiman (se non lo avete mai letto, avete fatto uno sbaglio enorme) quindi se notate che ho rubacchiato un idea o due siete avvertiti. Comunque, bando alle chiacchiere e buona lettura.

Io..., bella parola, però cosa significa veramente. Quando diciamo io sono, cosa intendiamo veramente? Siamo la persona che gli altri vedono? Siamo i figli dei nostri genitori? Siamo quelli che fanno volontariato? Chi siamo in realtà? Quanti “IO” esistono, quanti ne creiamo ogni volta che
incontriamo qualcuno, ogni volta che ci presentiamo, che vogliamo interessare qualcuno? E quanti ancora ne creiamo quando giudichiamo gli altri, li etichettiamo, quando commentiamo? Spesso, fra i nostri comportamenti, e la visione degli altri, viene creata una maschera che indossiamo un po' per non smentire le attese, un po' perché non siamo in grado di toglierla. Ma cosa c’è realmente dietro a questa maschera? Dove ci nascondiamo noi? Certe volte è cosi difficile dirlo, anche perché, portando una maschera per tanto tempo, alla fine diventa una parte di noi. Spesso non siamo più in grado di dire dove finisca e dove iniziamo noi. Inoltre quando la leviamo siamo disorientati e confusi, non sappiamo come comportarci e temiamo di non essere capiti, di sembrare ridicoli, di non essere amati. La maschera è come la coperta di Linus, ci tiene al sicuro, ci nasconde e ci protegge. Ci permette di non soffrire né di essere feriti, in fondo se qualcuno ce la commenta, a noi basta dire: “ in realtà non sono cosi”. Ma, molto più spesso, la maschera c’impedisce di farci conoscere per quello che siamo in realtà, non mostra agli altri quello che siamo veramente, mostra solo una parte del tutto, e spesso non il meglio. C’è la storia di una donna maledetta da Ra, il dio del sole egiziano, che era costretta a portare una maschera come punizione di un suo peccato. L’unico modo di liberarsi della maschera era di chiedere scusa a Ra, ma lei non poteva, in quanto non abitava più in Egitto. La donna portò la maschera per anni, poi un giorno qualcuno le fece capire che Ra non era altro che una delle tante maschere del sole, e che quindi lei non doveva far altro che chiedere scusa direttamente al sole. Spesso il modo migliore di liberarsi della propria maschera, e scoprire quelle degli altri. Se tutti ci liberassimo delle nostre maschere, se fossimo il più possibile veri e sinceri fra di noi, senza pregiudizi o paure, senza artifici o abbellimenti, potremo iniziare a scoprire chi siamo realmente. Certo è una strada dura, e quello che scopriremo in molti casi non ci piacerà, anche perché se nascondiamo qualcosa un motivo ci dev’essere. Forse non ci piace quel nostro atteggiamento o quella nostra idea, magari non accettiamo alcuni aspetti del nostro carattere, o forse abbiamo solo paura d’essere noi stessi. Personalmente, ci sono parti di me che ancora tengo nascoste, parti che ancora non riesco a condividere perché ho paura della reazione altrui. Inoltre so bene che per quanto mi sforzo di apparire il più vero possibile, indosso anch’io una maschera, forse in misura minore di altri, ma anch’io ne indosso una. Una maschera indossata per nascondere le mie pecche, la mia timidezza, la mia indecisione. Una maschera formata dai miei modi di fare, da alcuni miei atteggiamenti passati e presenti, da miei sbagli ed errori. Una maschera che mi fa apparire leggero in questioni per me importanti, buffo in alcuni casi, strano in altri. E spezzare questa maschera è uno degli obiettivi della mia vita, e cosi dev’essere per tutti. Certo ci vorrà del tempo, non si può cambiare di punto in bianco. E ci vorrà molto coraggio, perché intraprendere la strada che porta dentro di noi, è come camminare per casa di notte, anche se la conosciamo a memoria fa paura. Però una volta intrapresa questa strada l’unica cosa che si può fare è migliorare, e solo migliorando noi, possiamo veramente pensare d’iniziare a migliorare il mondo.

Un ricordo alla fine, con la vecchiaia ormai i ricordi vengono subito a galla, quando discutemmo questo impegno tanti anni fa,mi fece inorgoglire il fatto che una persona disse di essersi sentita capita, perché riconosceva se stessa in quello che avevo scritto. Che godimento per il mio ego monomaniacale. 

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